Dipendenza e Controdipendenza Affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota
di Massimo Borgioni, riflessioni della Dott.ssa Martina Fino, psicologa e psicoterapeuta a Firenze
La dipendenza affettiva è un fenomeno difficile da definire, ma estremamente presente nella pratica clinica contemporanea.
Ogni settimana incontro persone che vivono relazioni intense, dolorose e spesso contraddittorie, dove l’amore si trasforma in bisogno, paura o dipendenza.
L’autore, in questo testo, offre una prospettiva preziosa su come riconoscere e comprendere questa dinamica, distinguendola da altre forme di dipendenze comportamentali o da sostanze e dal disturbo dipendente di personalità.
La dipendenza affettiva può essere vista come una rigidità relazionale, una modalità che si ripete nel tempo con un partner che assume un ruolo complementare e altrettanto rigido.
La persona dipendente tende a oscillare tra due poli opposti, l’aggrapparsi all’altro o il rifuggirlo, senza riuscire a trovare un equilibrio sano tra autonomia e intimità.
Ciò che colpisce, nelle diverse forme di dipendenza affettiva, è proprio la difficoltà di integrare la polarità dipendenza e indipendenza.
Come psicoterapeuta, vedo spesso quanto questa polarità si traduca in relazioni dove uno dei due partner si sente costantemente in balia dell’altro.
Il sottotitolo del libro, “dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota”, riassume bene queste sfumature, la ricerca disperata dell’altro o la fuga da ogni legame significativo.
Borgioni descrive con chiarezza le radici psicologiche della dipendenza affettiva, collegandola a esperienze di attaccamento insicuro-ambivalente.
Il bambino, in questi casi, percepisce la presenza fisica dei genitori ma non la loro stabilità emotiva.
Questo lo porta a sviluppare un modello interno instabile, dove l’amore è sempre accompagnato da paura, bisogno o incertezza.
Nell’età adulta, questo schema si ripresenta sotto forma di relazioni difficili, dove si alternano idealizzazione e delusione.
Chi vive questa esperienza spesso ha imparato, sin da piccolo, a “leggere” l’amore come qualcosa da conquistare, mantenere o meritare.
È una forma di attaccamento insicuro, in cui la paura di perdere l’altro diventa più forte del piacere di sentirsi amati.
Nella mia esperienza clinica, molte persone che vivono una relazione di dipendenza affettiva sono state bambini “adultizzati”, piccoli che si sono presi cura dei propri genitori, assumendo responsabilità emotive troppo grandi per la loro età.
Il messaggio implicito era:
“Se vuoi che ti voglia bene, devi prima occuparti di me e salvarmi.”
Questo schema porta a credere che per essere amati bisogna sacrificarsi, negando i propri bisogni.
La psicoterapia, in questi casi, diventa uno spazio per imparare a distinguere tra amore autentico e bisogno di approvazione, tra cura e annullamento di sé.
L’autore propone una lettura molto interessante della fenomenologia della dipendenza affettiva, individuando cinque dimensioni fondamentali:
Il tipo di legame con il partner
Il sentimento prevalente che guida la relazione
L’illusione su cui si fonda il rapporto
La distorsione cognitiva di base
L’atteggiamento ricorrente nel tempo
Da queste variabili nascono quattro modalità principali: passivo-dipendente, co-dipendente, aggressivo-dipendente e contro-dipendente.
Nella forma passivo-dipendente, il legame è segnato da una forte dipendenza emotiva dal partner e dalla convinzione di non avere alternative.
Il sentimento prevalente è l’angoscia dell’abbandono, e la persona vive costantemente nel timore di essere lasciata.
L’illusione di fondo è salvifica:
“Tu mi salverai.”
Il motto relazionale diventa:
“Ti amo perché ho bisogno di te.”
In psicoterapia, questo schema si lavora aiutando la persona a ritrovare sicurezza e valore in sé stessa, al di fuori della relazione.
La forma co-dipendente è invece basata sul bisogno del partner.
Il legame diventa una missione:
“Finché l’altro avrà bisogno di me, non potrà lasciarmi.”
Dietro questo atteggiamento c’è una paura profonda, se l’altro guarisce o si libera, la relazione potrebbe finire.
Il motto del co-dipendente è:
“Ti amo perché hai bisogno di me.”
È una forma d’amore che confonde l’aiuto con il controllo e che spesso nasconde un bisogno di sentirsi indispensabili.
La forma aggressivo-dipendente mostra il lato opposto, qui la dipendenza si intreccia con rabbia, disprezzo e frustrazione.
La persona resta nel legame nonostante la sofferenza, con il motto:
“Ti odio perché somigli a me.”
Si tratta di relazioni cariche di tensione, svalutazione e dolore, dove l’altro diventa il capro espiatorio delle proprie ferite.
Dietro la rabbia, spesso, si nasconde un grande bisogno di amore non riconosciuto.
Infine, la contro-dipendenza rappresenta l’altra estremità della polarità.
Il contro-dipendente evita i legami profondi, teme l’intimità e spesso dice implicitamente:
“Non ti amo e non ho bisogno di te.”
Dietro l’apparente autonomia si nasconde la paura del rifiuto e la vergogna per i propri bisogni emotivi.
In terapia, questo tipo di persona spesso riscopre la possibilità di affidarsi, di chiedere, di accettare la vulnerabilità come parte sana dell’amore.
Borgioni approfondisce anche il legame tra dipendenza affettiva e tossicodipendenza, e la co-dipendenza nelle professioni d’aiuto.
Sono riflessioni molto attuali per chi, come me, lavora con la relazione terapeutica ogni giorno.
Aiutare non significa salvare, ma accompagnare.
E il rischio di “perdersi nell’altro” è reale, anche per chi fa del prendersi cura una professione.
Il trattamento terapeutico della dipendenza affettiva, come spiega l’autore, punta allo sviluppo dell’empowerment, imparare a riconoscere i propri bisogni, a regolare le emozioni e a trovare un equilibrio tra sé e l’altro.
In un percorso di psicoterapia centrata sulla persona, la chiave è recuperare la capacità di autoregolazione e autenticità, per tornare ad amare in modo libero e consapevole.
Ho trovato questo testo una lettura stimolante e utile, una vera “mappa” per comprendere la complessità della relazione dipendente.
Riconoscere il proprio schema relazionale è il primo passo verso la libertà interiore.
Solo attraverso la consapevolezza e il lavoro su di sé è possibile trasformare la dipendenza in un’esperienza di crescita, autonomia e amore autentico.
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Domande Frequenti
1. Che cos’è la dipendenza affettiva?
La dipendenza affettiva è una condizione relazionale in cui una persona vive un legame amoroso come se fosse indispensabile alla propria sopravvivenza emotiva. Si manifesta attraverso paura dell’abbandono, bisogno costante di conferme e perdita di autonomia. Nella psicoterapia, viene affrontata come una forma di attaccamento insicuro, aiutando la persona a ritrovare equilibrio e sicurezza interiore.
2. Qual è la differenza tra dipendenza e contro-dipendenza?
La dipendenza affettiva spinge la persona a cercare continuamente l’altro, mentre la contro-dipendenza la porta a evitarlo. In entrambi i casi, esiste una difficoltà nel vivere l’intimità in modo libero e autentico. La psicoterapia aiuta a integrare queste polarità, sviluppando la capacità di amare senza annullarsi né chiudersi.
3. Da dove nasce la dipendenza affettiva?
Le radici si trovano spesso nell’infanzia, in esperienze di attaccamento insicuro con figure genitoriali instabili o poco presenti. Il bambino impara che per essere amato deve adattarsi o prendersi cura degli altri. Questo schema viene poi ripetuto nelle relazioni adulte, generando legami disfunzionali e sofferenza emotiva.
4. Come si può uscire da una relazione di dipendenza affettiva?
Il primo passo è riconoscere di essere intrappolati in un legame disfunzionale. La psicoterapia permette di esplorare le proprie paure, rafforzare l’autostima e imparare a costruire relazioni basate sulla reciprocità e non sul bisogno. Uscire dalla dipendenza affettiva richiede tempo, consapevolezza e un percorso di crescita personale guidato.
5. Che ruolo ha la psicoterapia nella dipendenza affettiva?
La psicoterapia aiuta a comprendere le origini del proprio modo di amare e a interrompere schemi relazionali ripetitivi. Con un percorso centrato sulla persona, la persona impara a riconoscere i propri bisogni, a regolare le emozioni e a ritrovare un equilibrio tra vicinanza e indipendenza. L’obiettivo è favorire l’empowerment e la libertà affettiva.
6. È possibile amare senza dipendere?
Sì, ma solo quando l’amore nasce da una base sicura interiore. Amare senza dipendere significa condividere, non completarsi; accettare la vulnerabilità, non subirla. La terapia può accompagnare questo processo di maturità affettiva, aiutando a costruire relazioni autentiche e sane.
7. La controdipendenza è una forma di forza o di difesa?
La controdipendenza può sembrare forza, ma spesso è una difesa dal dolore del rifiuto o della perdita. Chi evita i legami profondi non è necessariamente indipendente, ma teme di soffrire. Il percorso terapeutico mira a riconoscere questa difesa e a trasformarla in una capacità reale di stare in relazione con fiducia.

